Locandina di The Social Network

E’ la storia del creatore di uno dei più famosi, se non il più famoso, social network del mondo, Facebook.  Mark Zuckerberg è la mente geniale di Harvard che ha l’intuizione o l’ispirazione di creare un tipo di social network inedito. Come in tutte le imprese in cui ci sono in ballo grosse cifre, il protagonista incappa in problemi giudiziari legati a risarcimenti. Due ragazzi dell’università rivendicano il progetto originario di Facebook e denunciano il fatto che Mark abbia soffiato loro l’idea senza renderli partecipi dei guadagni e del successo, mentre, a causa dell’entrata in scena di un assuefacente giovane del settore, il suo migliore amico e socio fondativo Eduardo gli fa causa perchè si ritiene ingannato da lui per essere stato, di fatto, escluso dalla loro società.
Il film è strutturato illustrando i due processi in atto contro Mark da parte dei fratelli Winklevoss e di Eduardo e man mano si susseguono i flash-back che spiegano i fatti accaduti in precedenza, raccontando l’intera vicenda di Facebook.
Mark Zuckerberg è presentato come una persona gelida e senza cuore, che per il successo e i soldi è disposto a sacrificare il suo migliore amico e imbrogliare altri ragazzi per raggiungere i suoi fini. Solo verso la fine si fa spazio la sua parte più umana e, forse, si capisce che non è proprio un mostro ma solo un ragazzo che è stato stretto dalla morsa degli eventi, un po’ perchè si è fidato delle persone sbagliate, un po’ perchè era troppo preso dalla sua passione, cioè la programmazione, per rendersi conto di ciò che veramente stava accadendo. La scena finale segna forse un ritorno alla sua normalità, alla sua dimensione sentimentalmente umana.
La colonna sonora è una novità perchè non passa per nulla inosservata (o inudita).
Non essendo del ramo, ho trovato abbastanza complicata la comprensione di alcuni passaggi del film legati ad aspetti informatici. Il racconto è interessante perchè parla di un fatto vero e molto singolare, ma personalmente non mi ha fatto impazzire, non mi ha appassionato per nulla. Un’arida storia volta fedelmente (ci fidiamo?) a descrivere un fatto reale. Un compitino.
Questo film è stato in gara con Il Discorso Del Re per vincere l’Oscar di miglior film… Nonostante The Social Network sia un bel film, trovo che tra le due pellicole ci sia un abisso a favore di quella che poi ha vinto l’Oscar. Il solo paragone farebbe un torto al film con Colin Firth.
Sinceramente mi aspettavo di più (soprattutto confidando nella precedente comparazione), ma, vedendo l’enorme successo che ha avuto, temo di non aver afferrato qualche aspetto importante rimasto per me invisibile. 

7,5/10

La Scuola

Posted: 13 giugno 2011 in Cinema
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Locandina de La Scuola

Un tuffo nella Scuola (con l’iniziale maiuscola!). Un breve ma intenso spaccato della scuola italiana degli anni ’90 nel periodo di fine anno. Il tutto dal punto di vista del corpo docente di una classe di un istituto di periferia, in particolare dalla prospettiva del professor Vivaldi, insegnante di italiano. Dopo un inizio che racconta gli ultimi giorni dell’anno scolastico della classe, il film è centrato soprattutto nello scrutinio che, per un motivo o per un altro, diventerà interminabile e sfiancante. Lo scrutinio porta all’estremizzazione gli atteggiamenti discutibili dei professori che, essendo tra di loro al riparo da occhi indiscreti, calano la maschera che tengono pubblicamente e mostrano i loro lati più deboli e più folli, talvolta peggio degli alunni stessi. La guerra tra professori per promuovere o non promuovere una data persona, con annessi ricatti, trucchi e giochetti ne è un esempio.
Tra tutti emerge come una voce fuori dal coro il professor Vivaldi, una specie di professor Keating de L’Attimo Fuggente. E’ lui che svolge il vero ruolo dell’insegnate e cerca di spiegarlo agli altri suoi colleghi che, chi rigido, chi menefreghista, chi razzista, chi crudele, dimostrano di non aver compreso il compito del loro lavoro perchè si limitano a giudicare i ragazzi in base a freddi numeri e gelide medie. Molto importante è la scena del film in cui il professore dice che la bravura di un insegnante non si misura con gli studenti che vanno bene ma con quelli che vanno male. Fondamentale per lui è la comprensione delle situazioni: non condannare ma capire la causa dell’effetto e trovarne un rimedio.
Ovviamente il ritratto dei professori è un’esagerazione. Secondo me non vuol essere una denuncia ma una riduzione a macchiette per far risaltare la natura umana dei professori che spesso viene dimenticata. Per sfatare la credenza che il professore sia un qualcosa di meccanico, robotico, staccato dal mondo dei comuni mortali e per dimostrare la sua estrema umanità con tutti i suoi pregi e difetti.
Accanto a questo tema principale si raccontano altre due vicende. L’innamoramento del Vivaldi della professoressa di matematica, ripercorrendo i vari episodi salienti con flash-back e la misteriosa scomparsa della più anziana professoressa dell’istituto che stranamente non si è presentata al suo ultimo giorno di scuola prima della pensione dato che in tutta la sua carriera non aveva fatto neanche un’assenza.
Silvio Orlando, nei panni del professore protagonista, è sempre una goduria, un grande mostro da commedia.
Tra una battuta e l’altra, la pellicola spiega tramite il suo protagonista un concetto per nulla banale e cioè quale sia veramente il compito dell’insegnate a scuola. Non è soltanto il saper spiegare alla perfezione la propria materia, interrogare, vedere chi sa e chi non sa e, come un automa, promuovere chi è sopra il 6 e bocciare chi è sotto il 6. L’insegnamento è una professione molto più nobile di quel che sembra: per le mani dei docenti passa il “futuro del mondo”, i ragazzi. Non basta valutarli con delle tabelle e dei numeri. Bisogna comprenderli, aiutarli, trasmetter loro un’idea dei valori universali da far propri, entrare nel loro mondo e agevolare il loro ingresso nel mondo adulto pieno di insidie. Ce ne sarebbe da dire… Coloro i quali insegnano esclusivamente e pedestremente la loro materia (sia bene e, ancora di più, se male) hanno fallito nel loro compito, dovrebbero fare un salto di qualità.
Queste commedie descrittive e, insieme, profondamente istruttive sono tra le mie preferite. Gioca un ruolo importante la componente evocativa dei periodi scolastici e i paragoni che inevitabilemente si vengono a creare tra il film e la realtà che ognuno di noi ha vissuto nella sua giovinezza.
Se proprio devo esprimere un giudizio negativo: il titolo è un po’ banale, forse potevano stringere di più le meningi.

8/10

Locandina di Dragonfly - Il Segno Della Libellula

Joe e Emily Darrow sono marito e moglie medici in un pronto soccorso. Emily partecipa ad una missione umanitaria nel Sud America e rimane vittima di un incidente dovuto alle piogge che hanno devastato quella zona. Il vedovo Joe non sa darsi pace per la perdita della sua donna e inizia ad avere strani segnali a riguardo. Bambini del reparto di oncologia dicono strani e inspiegabili frasi, ambigui disegni, segni ricorrenti e visioni provocano in Joe la convinzione di poter ritrovare Emily. In bilico tra il credersi pazzo e il sentirsi guidato da un’entità ultraterrena, Joe persegue nelle sue ricerche contro il volere dei suoi amici che gli stanno accanto e giunge a un epilogo stupefacente che cambierà addirittura le sue ferree certezze materialistiche.
E’ un thriller anomalo, forse, per il tema trattato. Infatti tutto il film è avvolto in un alone di spiritualità e di conoscenza dell’Ignoto. L’indagine dei momenti passati nel tunnel tra la vita e la morte, che cosa si vede, si sente, si prova: un intrigante aspetto religioso rispolverato per questa storia leggermente schierata riguardo al pensiero di morte e di ultraterreno.
Trovo che il finale sia davvero inverosimile: se non per l’aspetto spirituale, almeno per la parte materiale terra-terra. Ma credo che in questo tipo di film (che si sia credenti oppure no) bisogna stare al gioco. Non chiediamoci troppi perché, conta la globalità e il messaggio.
Gli atei incalliti giudicheranno la vicenda come un mieloso tantativo di convincimento verso la fede, però io non vedo solo quella unica faccia della medaglia.
Accanto al tema principale precedentemente detto, credo si possa accostare anche l’etichetta minore di film romantico: una sorta di storia d’amore a distanza, così intensa da sopravvivere persino alla morte (ma non è Ghost!).
Per il cast, un buon lavoro di uno stagionato Kevin Costner.
Nel suo genere il film è interessante e convincente, soprattutto riesce a carpire l’attenzione dello spettatore. Nonostante la storia non del tutto nelle mie preferenze, si rispetta e si aspetta piacevolmente la conclusione.

8/10

Locandina di Saw - L'Enigmista

Primo episodio della saga (infinita) di Saw. Fa la comparsa nelle sale cinematografiche un nuovo personaggio, un originale criminale detto ”l’enigmista”. La sua particolarità sta nel come architetta e progetta i suoi omicidi nei minimi particolari: una specie di gioco mortale cui ogni volta fa partecipare le sue due vittime e fa decidere loro se e come salvarsi.
Due personaggi sono intrappolati in una stanza incatenati ad un piede. L’enigmista dà loro istruzioni per liberarsi, ma a che costo? Nel frattempo una serie di ricatti, di flash-back che permettono gradualmente di ricostruire gli avvenimenti e conoscere la storia del serial killer.
Da buon film horror, l’adrenalina sale e fa domandare in continuazione allo spettatore se, quando e, soprattutto, come i due sventurati riusciranno a trarsi in salvo.
Entrata ormai nell’immaginario filmico la marionetta terrificante che parla o la scena della marionetta sul triciclo.
Non nutro profonda stima verso il genere horror, ma devo dire che almeno l’idea di fondo del film e, specialmente, la logica d’azione dell’enigmista sono originali. Non posso ovviamente condividere i misfatti che accadono, però la disperazione e un bricciolo di insanità mentale possono portare a tali orrori: non si sta parlando di fatti totalmente distaccati dalla realtà, forse un po’ esasperati. “Ho una malattia che mi divora dall’interno e sono stanco di chi non riesce ad apprezzare il dono della vita”: questo è il pensiero di fondo che fa covar rancore all’enigmista e lo spinge a voler castigare a suo modo le persone che ritiene non diano abbastanza peso all’importanza della vita per se stesse o verso gli altri. Ribadisco banalmente che non giustifico nulla, ma credo che il provare dolore, rabbia, o sentimenti simili verso la gente che si ritiene non apprezzi il dono della vita sia un qualcosa abbastanza ricorrente in molte persone, soprattutto in quelle che hanno problemi di svariato genere.
Il film fa parte di quella categoria horror che privilegia le scene violente e crude, quasi da voltastomaco, agli spaventi delle scene furtive. Il cuore ringrazia.
Notevole il colpo di scena finale. Buona intuizione.
E’ una storia horror, si deve stare al gioco…

6,5/10
(lo 0,5 è per premiare la trama non del tutto banale)

Locandina di Pirati Dei Caraibi - Oltre I Confini Del Mare

Una nuova avventura per il pirata Jack Sparrow, Capitan Jack Sparrow. Questa volta alle prese con la ricerca della leggendaria fonte della giovinezza, tra pirati e corsari, tra Spagnoli e Inglesi e molto altro. Un’onesta vicenda condotta alla solita maniera dal suo protagonista.
Nella scia dei tre film precedenti di successo, non è stato difficile clonarne un quarto variando unicamente la storia e qualche personaggio per motivi puramente contrattuali. Ciò che ne esce, però, è un risultato scontato che non sa più di novità, come lo erano stati i precedenti episodi, e, perciò, delude inevitabilmente. Manca la scintilla.
Come detto prima, la trama (unico cambiamento, peraltro dovuto, del film) è sterile, avulsa dal resto delle storie e costruita appositamente per far continuare con un altro episodio le simpatiche gesta del famoso capitano. Credo che sia troppo evidente l’intento di sfornare un film commerciale di facile incasso… potevano nasconderlo un po’ meglio.
Con la scelta della colonna sonora si va sull’usato sicuro: solito famoso “motivetto-simbolo” spesso ricorrente e nulla più.
Ci si è affidati solamente al talento indiscusso di alcuni degli attori. Accanto all’ennesima ottima prova di Johnny Depp, unico ed irripetibile, si conferma ancora una volta uno strabiliante attore Geoffrey Rush (Il Discorso Del Re è stato l’iceberg, ma già da prima si era fatto notare). Soprattutto per merito di questi due la pellicola galleggia.
La figura del protagonista Sparrow è una sicurezza. Con lui si sussegue una situazione esilarante dietro l’altra. Tuttavia non insisterei ancora per molto nel proporre sempre la stessa “minestra”: il troppo stroppia. Servirebbe una sua innovazione.
Ho notato una strana dissonanza rispetto agli altri tre film (forse ce ne sarà più d’una visto che il regista è cambiato, ma mi ha colpito la seguente). In virtù anche del fatto che sono film Disney, mi sembrava avesse senso rinunciare a un po’ di realismo bellico evitando spargimenti di sangue sino al limite dell’irrealtà e escludere situazioni cruente; questa volta, invece, ho trovato che in più situazioni si sono viste scene, diciamo, più tendenti al reale rispetto lo standard della trilogia o ci sono stati atteggimenti o azioni concettualmente crudeli. Avrei preferito si fosse continuato con la vecchia linea.
Infine, il sottotitolo è inutile, non rispecchiante per nulla il contenuto e, per di più, leggermente ridondante rispetto al sottotitolo del terzo episodio. Ma la colpa credo sia dei titolisti italiani e non del regista.
Riassumendo globalmente, pesa il cambio al timone della regia.

7/10

Locandina de Il Signore Degli Anelli - La Comapagnia Dell'Anello

682 minuti, cioè 11 ore e 22 minuti (stando alla versione estesa). Un’opera titanica divisa in tre parti (La Compagnia Dell’Anello, Le Due Torri, Il Ritorno Del Re) per portare nel mondo cinematografico il capolavoro del padre del genere fantasy, J. R. R. Tolkien. E’ un’impresa mastodontica ma completa.
Il regista, Peter Jackson, cui credo si debba maggiormente l’ottima riuscita del colossal, ha operato un’accuratissimo lavoro di sintesi e analisi del manoscritto per cercare di contenere un libro enciclopedico ricchissimo dal punto di vista narrativo e descrittivo in una pellicola relativamente breve.
Le scelte paesaggistiche sono state anche determinanti, per esempio la Nuova Zelanda per rappresentare la Contea. Esse tentano di rappresentare al meglio le intenzioni dell’autore. Da sottolineare la prima intoduzione alla città di Minas Tirith: un video che sorvola la maestosa e singolare città in bianca pietra accompagnato da una musica imponente (ovviamente il tutto è stato girato con un modellino minuscolo ma l’effetto è dirompente).
Un particolare peso giocano gli effetti speciali, usati in quantità massiccia data la necessità per l’argomento trattato; una bella trovata penso sia la realizzazione grafica di Gollum: un uomo in carne ed ossa vestito con una strana tuta che dà appena un’idea dei movimenti di quell’essere fantastico, mentre alla fine il computer trasforma l’aspetto fisico e le movenze rielaborando le linee guida date dall’attore.
Il cast è senza dubbio all’altezza dell’impresa. Una nota particolare a Ian McKellen, straordinaria è la sua interpretazione dello stregone Gandalf.
La colonna sonora è vasta e degna di un film epico, evocativa e solenne.
Purtroppo, in quasi metà giorno di film, è difficile tenere sempre alto il livello di coinvolgimento dello spettatore nella storia. In alcune parti c’è una flessione del ritmo: in tutto il primo film della trilogia perchè si deve inquadrare la situazione spiegando le varie vicende e realtà, mentre per il resto del film c’è, a mio avviso, un’eccessiva differenza di interesse tra il filone delle guerre di Rohan e Gondor e quello del viaggio dell’anello con Frodo. Tuttavia, credo che ciò sia dovuto in gran parte per com’è strutturato il libro da cui si ispira il film.  
Alcune volte ho trovato qualche problema dato dalle prospettive che cambiano a seconda delle diverse inquadrature che si susseguono, cozzando le une con le altre. Inoltre, l’aggiunta delle scene tagliate per creare le versioni estese ha creato qualche caso di scomparsa di ”cose” da una scena all’altra negli stessi istanti. Piccole insesattezze nell’infinità.
Nonostante avesse per le mani un lavoro gigantesco che poteva far perdere l’orientamento, Peter Jackson ha operato con ordine e raziocinio, evitando le tentazioni che potevano presentarsi e stabilendo un’armonia e un equilibrio tra durata, vicenda, personaggi/attori (nessuna “prima donna”), musiche, luoghi, dialoghi, ecc; un tutt’uno che rafforza la validità del film.
 
9/10

Locandina de Immaturi

Che fare se dovessero dirci che il nostro diploma di maturità (una volta si chiamava così e ci tengo a mantenere questo nome) non è valido e che dovremmo rifare l’esame? Questa è la situazione paradossale e improbabile in cui si ritrovano i protagonisti del film. Un’occasione per riincontrarsi tra compagni di scuola dopo anni di distacco e per rivivere momenti passati andati persi nei meandri della memoria.
Commedia leggera che punta tutto sulla brillantezza delle battute (il dialetto romanesco aiuta) e su una vicenda frizzante ma nostalgica dei tempi andati.
Un’allegra combriccola di attori, molti di essi provenienti dal mondo delle fiction, che animano una storia surreale ma curiosa. Mi ha attirato la vena melanconica del ricordo degli anni da liceale, del macigno dell’esame, degli attimi che ormai non si potranno più rivivere…cose da post-matura. Penso che sia un lavoro che fa intelligentemente leva sui verbi preceduti da “ri-”, proponendo ad ogni spettatore un tuffo nel proprio passato da studente “immaturo” (chi non ha ancora dato l’esame rimarrà freddo davanti a certe scene o ricordi perchè giustamente non li ha ancora vissuti, ma a breve capirà).
Non credo ci sia tanto altro da dire… Ordinario filmetto da vedere sul divano e farsi quattro risate.

6,5/10
(lo 0,5 è tutto merito di Ricky Memphis: la classica sua performance, sempre uguale ma sempre efficace)